Miseno

Caro Enzo,

Il promontorio di Miseno ha la forma di un cappello a falde larghe. A scuola sono venuto a sapere che aveva avuto l’onore di essere conosciuto da Omero che lo nomina nell’Odissea,marinaio con Ulisse.Si sa che i greci viaggiavano per turismo nel nostro sud piazzandosi nei posti migliori e ci fondavano città,Napoli è stata una di quelle. Una di quelle:espressione equivoca che lascio volentieri lì. Virgilio invece decise che Miseno era un trombettiere di Enea.I romani piazzarono nella sua baia la sede principale della loro flotta:insomma un luogo e un nome illustre.

Mi riguardava poco,per me Miseno era il gran cappello che spuntava a destra del battello che mi portava a Ischia a inizio dell’estate e mi lasciava là,tre mesi interi. Staccato dal formicaio della città compressa, da uno a sedici anni ho potuto frequentare la libertà sfrenata di mare,sole,vento a pelle nuda. Per tre mesi dell’anno era data licenza di inselvatichirsi.

Miseno era a metà traversata,l suo cappello si sollevava un poco per salutare il nostro passaggio. Il battello rasentava la bastionata gialla del suo tufo. Sopra una falda del cappello stava isolata e bianca la casa del faro,  sagoma simile a una chiesa con la lanterna al posto del campanile. Come la torre saracena, pure la lampara piazzata sul bordo del mare mi dava desiderio di abitare. Di solito m’importa poco del luogo dove sto,invece il faro e la torre,sentinelle, mi facevano voglia di raggiungerli.

Davanti Miseno un’estate di oltre mezzo secolo fa il battello incrociò l’Andrea Doria.Un gigante dipinto di scuro spartiva il mare in due scatenando con le onde il ballo di sanvito in un minuscolo battello dipinto di bianco. Oscillammo da un fianco all’altro, ubriachi e strilloni afferrandoci a tutto, mentre intorno rotolavano i bagagli.

Miseno lasciato alle spalle era terra finita:davanti a noi le isole,Procida poi Ischia e il mare aperto. Miseno era traguardo che cancellava la città .Poi Miseno, di ritorno  a settembre,era un  portone che sbatteva alle spalle, rinserrando il corpo nell’esilio di terraferma, dentro scarpe chiuse. Il suo cappello incrociato alla sinistra del battello stava ben calcato sopra il mare incupito di settembre.

Quando ho studiato il suo nome sui libri di scuola non l’ho riconosciuto. Omero,Virgilio non sapevano niente di Miseno,capo di festa all’ andata e  coda di malincuore del ritorno. Miseno era roba mia.
erri de luca

lettera scritta per il catalogo dell’artista V.Aulitto, il 12 marzo 2009 

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